Mangia Prega Ama
26 gennaio 2010
Categorie: Books & Movies
Mangia Prega Ama. Apparentemente possono sembrare tre concetti abbastanza distanti gli uni dagli altri, ma basta aggiungere un “+” ed un “=” e capiremo: mangia+prega=ama, l’equazione della felicità . In un romanzo leggero e concreto allo stesso tempo la scrittrice racconta, in una sorta di diario interiore, il suo lungo cammino verso la libertà spirituale, la pace interiore e quindi la felicità . Liz affronta un durissimo divorzio a causa del quale le crolla il mondo addosso, tutte le sue certezze si sciolgono come neve al sole e tutti i dubbi del passato riaffiorano con prepotente violenza. Si pone quindi la prima domanda veramente sincera della sua esistenza: cosa vuole fare? Da qui il libro si snoda in tre direzioni, tre viaggi in luoghi a lei lontani per andare in cerca della risposta, come in una sorta di Divina Commedia moderna.
La prima tappa del suo vagabondare è la nostra penisola ed in particolar modo Roma, dove soggiornerà quasi quattro mesi. In Italia riprende molti dei chili persi a causa del tremendo divorzio. Su tutte una frase che dipinge al meglio la nostra adorata città , ed i suoi turbolenti abitanti: “…mi sembra che questi ragazzi si considerino prima di tutto romani, poi italiani e infine europei”. Luca mi ha corretta “No, sono romani, romani e ancora romani”.
In India, seconda tappa, in cui in un Ashram (una sorta di monastero laico) intraprende la parte più dura del suo viaggio, il cammino interiore, la solitudine e quel silenzio che la vita moderna, con le sue assurde consuetudini le avevano sempre negato. Con coraggio affronta ore di meditazione, si mette in gioco. Questa parte del romanzo risulta forse un po’ complicata per chi, come spesso capita, non è ferratissimo in materia di filosofie o pratiche orientali, troppo lontane dalla nostra cultura e tradizione. Sembra quasi che l’autrice, a volte, si perda in digressioni leggermente saccenti, tralasciando l’importanza mistica che quel periodo ha avuti per lei. Resta di fatto impressa la grande ironia con cui è capace di presentare se stessa e le sue disavventure.
Fin qui un romanzo ben scritto, forse con un tono un po’ troppo giornalistico che lo rende, a volte troppo leggero, ma come la preparazione sapiente di un chef l’ultima parte ci sorprende. L’Indonesia, isola di Bali, dove tutto il suo faticoso viaggio prende finalmente forma. In cui riesce finalmente a conciliare lo spirito di godimento italiano al misticismo trascendente indiano. E quindi, finalmente, ama, prima di tutto se stessa.
Tra i vari personaggi spicca su tutti Richard il texano che, come lei, soggiorna alcuni mesi nell’ashram, terribilmente ironico e schietto, diretto come solo un uomo che ha vissuto una vita incredibile può essere. “Accidenti, qui intorno ci sono zanzare grosse abbastanza per stuprare una gallina”. O il mistico sciamano balinese Ketut, che le consiglia di sorridere la sera quando medita e che fa il guaritore perché è il “suo destino”, anche se avrebbe voluto fare il pittore.
Un racconto sicuramente che merita di essere letto con attenzione. Godibile anche solo per immergersi in paesi e culture diverse o come spunto per provare, anche solo in minima parte, a chiederci cosa veramente desideriamo dalla nostra esistenza. La felicità , così in fine comprende Liz, non la si può chiedere a Dio, ma va conquistata con fatica e sudore. Matematico.
Giuliano Scavuzzo








