Al Teatro India, Beckett incontra Pirandello: ed è “Finale di partita”.
14 giugno 2010
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“Finale di Partita”
di Samuel Beckett. Traduzione Carlo Fruttero
regia Massimo Castri
con Vittorio Franceschi, Milutin Dapcevic, Diana Hobel, Antonio Giuseppe Peligra
Teatro India – Roma
Dall’8 al 20 giugno 2010
Legare come regista e drammaturgo la propria ricerca teatrale a Pirandello, per poi spostarsi su Goldoni e Cechov arrivando ad Ibsen. Ed, infine, a Beckett. La rotta intrapresa da Massimo Castri (affermato drammaturgo e regista) non è casuale, come non è casuale anche la scelta di approdare alla regia di una commedia come “Finale di partita” se chi dirige questo spettacolo ha conquistato sette premi UBU in venti anni. Già UBU: come il Re di Jarry, opera miliare del Teatro dell’Assurdo di cui grande esponente è proprio Beckett.
Pirandello, Beckett e Jarry. Tanti fili si intrecciano nella regia di Massimo Castri che al Teatro India (quella sempre suggestiva archeologia industriale recuperata, adattata e consegnata alla cultura capitolina) si confronta per la prima volta con un testo del premio Nobel per la letteratura del 1969. E sceglie di realizzare un saggio magistrale per regia ed interpretazione con “Finale di partita”, secondo dramma dello scrittore irlandese in cui, dopo “En Attendant Godot”, continua a mettere a nudo il dissolvimento dell’uomo contemporaneo: in un interno senza arredi, con due piccole finestre laterali ed un camino spento si svolge un’azione priva di scopo e di logica che coinvolge quattro personaggi. Hamm (l’ottimo Vittorio Franceschi), cieco e paralizzato su una sedia a rotelle, i genitori (Nagg, Antonio Giuseppe Peligra, e Nell, Diana Hobel) privi di gambe e conficcati in due bidoni della spazzatura (residui di una catena biologica) ed il suo servitore Clov (un intenso Milutin Dapcevic) che si aggira meccanicamente senza sosta, pronto a scattare ad ogni capriccio insensato di Hamm, su un pavimento a scacchiera. L’analogia tra il contenuto del testo e il gioco degli scacchi è stata espressa dallo stesso Beckett, ed è chiara ed evidente: è Hamm il pezzo del re in questo finale di partita, continuamente messo sotto scacco dalle altre figure in scena, primo tra tutti Clov, il suo servitore. Il botta e risposta incalzante tra questi due personaggi, che costituisce l’ordito piĂą evidente della trama del testo, sembra veramente un alternarsi di mossa e contromossa.
Mossa contro mossa, battuta contro battuta, ma in scena non accade nulla: i due personaggi non sono in sintonia tra loro, parlano ma sembrano non sentirsi, i loro dialoghi sono frammentati, sbriciolati, stonati in una dimensione temporale indefinita, i due sono, e basta. Non hanno passato, non hanno ricordi (l’unico riferimento ad uno sprazzo di vita passata la si capisce solo dai genitori di Hamm che hanno perso le gambe in un incidente in tandem), sono stati deprivati anche del tempo che è scandito solo dall’arrivo dell’ora dei calmanti per Hamm, del giro in carrozzella in questa stanza grigia e vuota, perfetto involucro per due esseri che non decidono il loro destino e non programmano il loro futuro, che non hanno se non una vaga idea di futuro appeso alle decisioni. Manca il tempo, ma manca anche lo spazio: si percepisce un avanzo di umanità sullo sfondo, che timidamente irrompe con alcuni rumori dalle finestre. E’ quasi uno scenario post-bellico, un relitto di paesaggio sfigurato da chissà quali tragedie, quasi un anticipo, una premonizione degli stravolgimenti ecologici e ambientali che il capitalismo infliggerà al pianeta nel mezzo secolo successivo a quel testo. I soli due personaggi che hanno capacità di spostamento (Clov e Hamm), si muovono in un luogo più esistenziale fino a quando Clov (che subisce il gioco di Hamm) fa la mossa finale abbandonandolo.
Ormai niente può, nemmeno il Logos, ci troviamo di fronte al dominio del Caos. Ma Caos non era il nome della contrada luogo di nascita di Pirandello? Forse non è un caso perché molte sono le relazioni, i debiti culturali che uniscono l’agrigentino del profondo sud all’irlandese dell’alto nord europeo. Non ci sarebbe stato il teatro dell’Assurdo senza il lavoro di rottura, di scomposizione, di ribaltamento dei meccanismi teatrali iniziato da Pirandello che è libero da vincoli con il subconscio, non è sconcertato davanti alla scoperta del nulla, del vuoto oltre la maschera; la disgregazione dell’individuo, l’annullamento del tempo ormai è pensiero acquisito, c’è altro da raccontare, senza racconto; la sconnessione logica, la ripetitività delle ovvietà , i non luoghi, il non uomo, il non tempo, la non storia affermano negazioni tragiche e cupe.
Certo diverso è il periodo storico, differente la temperie culturale dei due, ma non è difficile intravedere legami profondi e sotterranei che, nel nostro caso, l’irlandese deve al siciliano. L’approdo, dunque, di Castri non è casuale. Il cerchio si chiude. Il finale di partita è compiuto.
Luca Maria Brogli






