Glam & Dèco
24 maggio 2011
Categorie: What's new
Tamara de Lempicka. La regina del moderno
Regina della mondanità, dello stile, della stravaganza, dei folli anni Venti e Trenta di cui diventa il simbolo. Libera ed indipendente, Tamara De Lempicka l’emancipata, Tamara De Lempicka l’artista moderna, brillante interprete del periodo Déco, è in mostra al Vittoriano fino al 10 luglio in un percorso curato dalla critica d’arte Gioia Mori (nota studiosa della Lempicka) che ripercorre il senso del suo viaggio stilistico ed umano, in una vita fatta di spostamenti: dalla Polonia alla Russia, dai ruggenti anni Venti parigini vissuti tra charleston e tango passando fino al periodo della maturità vissuto tra Beverly Hills ed il Texas.
Novanta dipinti, trenta disegni e cinquanta fotografie d’epoca documentano il “personaggio” Tamara, ripresa (ci sono anche 2 filmati in cui appare) quasi sempre come una diva del cinema anni ‘30. Un importante ensemble artistico (proveniente dalle più importanti collezioni pubbliche e private, tra cui anche quella di Jack Nicholson) per capire come Tamara De Lempicka conquisti quella indiscussa capacità di creare icone che sono diventate simbolo di un’epoca, partendo dall’immagine dalla prepotenza visiva (di chiara influenza postcubista, in cui la figura umana viene quasi deformata, come “Irene e sua sorella”, 1925) dove i soggetti ritratti sono “bloccati” in pose in cui tutto è scandito da linee e misure geometriche. La tela è una scatola angusta che fatica a contenere le storie dei personaggi ritratti, perlopiù i fantasmi della sua esistenza fatta di depressione e problemi: ritratti di uomini e donne amati (era bisessuale dichiarata), granduchi contestati e nobili decaduti che manifestano la modernità e la moda dell’epoca. La prima Tamara De Lempicka ha una gamma cromatica ridottissima (con una declinazione di massimo tre colori in tutte le sfumature, “Due nudi in prospettiva” del 1925) ed è devota agli ideali estetici di Ingres, a cui aggiunge una certa freddezza nelle tele quasi a voler congelare le persone a modelli, dei manichini che vengono deformati geometricamente, talvolta rappresentati dal basso (una delle prospettive più amate dall’artista, basti pensare alla sensuale “Le due amiche” o “La bella Raphaela”) in cui il corpo umano non è sinonimo di armonia e sinuosità, ma un vero “blocco marmoreo” pesante e compresso nella tela, sempre in un ideale di calma che allontana la vita nel grigio degli sfondi.
L’eleganza e l’esplosione di colori nell’arte dell’artista polacca ha, poi, il suo exploit negli anni Trenta, in cui la sua produzione viene pervasa da una sottile tensione erotica (come nei ritratti della figlia Kizette) o negli sguardi, come ne “Il turbante verde” (1930), dove c’è la celebrazione della donna emancipata in guanti di daino che porta i capelli a caschetto e guida un’automobile, oggetto protagonista dell’estetica avanguardista del futurismo di Marinetti. D’altronde, Tamara è moderna e glam: è sensibile ad ogni tendenza stilistica e alla moda, come dimostrano le foto in cui si fa ritrarre come una diva ed aristocratica (famosa la sua amicizia ed il corteggiamento non riuscito da parte di un esteta come Gabriele D’Annunzio).
Tamara De Lempicka è una Babele di correnti: dai primi anni postcubisti fino al Deco, dalle forme grigie e geometriche fino all’esplosione dei colori e alle linee più dolci e sinuose dei suoi soggetti. L’intera produzione ubbidisce ad una sola necessità, quella di costruire un’immagine che si impone per prepotenza visiva che diventa quasi icastica.
Tra aneddoti e spaccati della sua vita (come ad esempio l’influenza dell’espressionismo di Fritz Lang e della sua vita negli States ad incidere sui suoi sfondi, che iniziano ad essere quelli di “Metropolis” come in “Nudo con grattacieli” del 1930) la mostra conduce gli spettatori verso la maturità che l’artista trascorre in America (Tamara, ebrea, vi si rifugia per la seconda guerra mondiale), dove vengono alla luce quadri in cui i protagonisti non sono più esponenti della mondanità parigina o donne sinuose ma personaggi religiosi (“La vergine blu” 1934, “Madre superiora” 1935), uomini sconfitti dalla vita o interni domestici (come “Il macinino da caffè”, 1954) . Malgrado la mondanità di Beverly Hills, i suoi rapporti con i divi e l’intensa vita mondana, lo sguardo dell’artista è appannato e stanco, la sua pittura immobile e manieristica. Sono lontani i frizzanti tempi parigini.
Un’artista che ha fatto della sua vita stessa un’opera d’arte, spesso circondata da un alone di leggenda, anche grazie ai suoi disinvolti flirt maschili e femminili ed il suo essere diva, viziata e capricciosa. Ma, sempre, molto glam.
Luca Maria Brogli











